Perfidia [ROMA]

Pause, punti, virgole

LM

Perfidia

Primo e ultimo amore. O solamente la chiusura del cerchio. Ho iniziato con Ellroy, quasi tre anni fa, col cuore in gola (per l’inizio, e non solo). Chiudo con lui, per adesso.
Sguardo arcigno, o solamente austero. Pur con il libro in mano, la linea tratteggiata e immaginaria va dalla punta del naso alla punta delle scarpe, senza alcuna sbavatura. Di quelle persone che sembrano fabbricate da Ikea, tanto sono compatte, precise e minimali. Il connubio prevede riccioli non scomposti e ombrello (asciutto) poggiato sul braccio sinistro. Le  mani affusolate (da pianista, vorrebbe il luogo comune) e l’anello, chiaro: la luce arriva da li.
Di colore cammello le scarpe e la borsa, a proposito di tradizioni e luoghi e comuni rispettati alla lettera. Chissà che timbro di voce potresti avere, Lettrice, è tutto così armonico che pure l’accenno di grigio all’attaccatura dei capelli sembra perfetto nella cornice generale. Grigio in cima, è il pezzetto di cielo plumbeo…

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Cuore di

Cuore di soldato, fino alla fine. Si è spento a febbraio, due ore dopo avermi salutato in ospedale, ritornando cosciente per un attimo. Ha preso la mano (mia) e ha fatto una carezza (a tutti e due), con la mano mia sulla guancia (sua). Fino alla fine, con una sequenza di  gesti impressa negli occhi da un bel po’. Credo che l’origine di tutto il romanticismo nasca da li, da questo rapporto particolare. Dal suo cuore raffreddato, e imbarazzato. Me l’ha affidato da piccola, il suo cuore. Senza averlo previsto. Quando ho preso coscienza, poi, è diventato il mio vanto. In tutto e per tutto. Nonno, militare, schivo e arido, mai con noi. Nipoti, noi.

Gli ho scritto una lettera, un sacco di anni fa. Una di quelle molotov, belle pesanti. Non mi ha mai detto niente, di quella lettera; era troppo. Ma ha comprato un cellulare quando me ne sono andata la prima volta, e durante tutti gli anni di Padova mi chiamava.

M’ha visto piombare (a questo punto, si può piombare di nome e di fatto, quando si può voler bene a qualcuno) a casa sua un sacco di volte e con un sacco di capelli dritti, sciolti, legati. M’ha visto imprecare, si; gli toccavano lunghi e compressi monologhi, più o meno come il gabbiano bestemmiatore. Lui non sapeva cosa dire, il più delle volte. Finiva che mentre parlavo non mi guardava mai, però: abbassava il volume della televisione sempre, senza il bisogno di spegnerla. Si toglieva gli occhiali, li posizionava sopra le immancabili parole crociate, e mi offriva una sigaretta.

Da quella prospettiva fissa e familiare, che impedisce a ognuno di cambiare accidentalmente il posto nella disposizione del tavolo, da quella prospettiva  ti ho  visto invecchiare. Tamburellando, sempre, con le dita. Come chi non riesce a sostenere troppo silenzio, perché dentro c’è la voragine. E allora mi ricordo le dita, la tua  bocca mentre fischietti, le sopracciglia scurissime che vanno a ritmo pure loro. Da quella prospettiva ci ho visti crescere, se così si può dire. Oltretutto, negli anni, di fronte a me è cambiato l’ordine e l’assetto delle cose: tutta quella campagna antipatica e lontana rispetto a quando vivevamo vicini è diventata cemento. Abitazioni. Alla mia sinistra la cucina, il frigo. Fino alla fine, se mi serviva un bicchiere d’acqua, fino alla fine dovevi ricordarmi di non berla troppo fredda. E a questo ci pensavi tu, eri tu che lo facevi per me anche quando avrei dovuto farlo io. (Non si beve l’acqua troppo fredda come non si mangia il pane quando ci sono già le patate). Alla mia destra la tua tivvù. E il tavolino, famoso, sopra al quale c’era di tutto. Compresa la mini enciclopedia che t’ho regalato qualche anno fa. Quella piccolina, scritta con un micro carattere criminale. Era per le tue parole crociate e hai rispettato il patto, anche se ci è servita una lente d’ingrandimento per completare il regalo. Se scendo un po’ con lo sguardo trovo le tue matite appuntite, e la tua grafia. Spigolosa, fascista e sofisticatissima grafia. C’ho provato a tutti i costi a farla vivere anche in me, ci sono riuscita. Vivi qui da  me, anche nella grafia.

E allora io mi calmavo, e fumavamo. Non sapeva mai cosa dirmi, non capiva tutto quella confusione di parole e inquietamenti di posizione sulla sedia. Però: non c’è stata volta che non m’abbia salutato dal terrazzo, quando andavo via. Si accertava che fossimo tutti prudenti nell’incrocio pericoloso davanti casa sua. Quale approvazione mista a sorpresa vedermi guidare una macchina “da maschio”, eh. Di ritorno da una sua villeggiatura. C’era anche nonna.

Non ci siamo mai detti cose imperdibili, non mi ha mai dato consigli imperdibili. Però: lasciava che gli tagliassi la pizza, facendo finta che fosse normale, aggirando l’imbarazzo di non riuscirci più. Però: lasciava che gli toccassi la testa, che lo baciassi di continuo pur borbottando, pur dovendo borbottare per non commuoversi anche lui “e su che ho la barba, senti come picca”. Queste scene lasciavano increduli tutti gli altri, e io non l’ho capito subito. Ma si lasciava toccare solo da me, e così è stato fino alla fine. Non sapeva proprio come si facesse ad abbracciarsi, ma tanto ci pensavo io con tutta la fuoriloghezza e goffaggine insita nel pacchetto genetico. E andava sempre bene, sempre bene.  Andava sempre bene. Aveva il cuore da scalfire e un pacchetto di memorie spietate sul comodino. Sono memorie di quegli anni, quelli da cui la sua vita è cambiata. Leggerlo la prima volta, consegnato in mano come un tesoro, è stato fortissimo. C’ho trovato un ragazzo e delle parole che non pensavo avesse mai usato in vita sua; c’erano i suoi, di vent’anni,  e un sacco di vita quotidiana. Quegli appunti finivano con il rientro a casa, a piedi. ” 1945: finalmente può iniziare una nuova vita”. Tutto battuto a macchina, nel 1975. Lo sento ridere, ne sento il suono. Rideva per imbarazzo, e rideva di continuo.  “Scimmietta!”. Rideva. Sorrido per imbarazzo, e sorrido di continuo. Ridi qui da me, anche nella risata.

Non è che io abbia imparato a non giudicarti, nonostante le molteplici ragioni e possibilità che mi venivano offerte. Data la tua storia familiare e  le tue scelte poco condivise e le modalità più o meno brusche. Io, semplicemente, non ne ho avuto modo.  E non è forse magico, questo? Non ho avuto modo di imparare a giudicarti, perché ti vivevo. Nel tempo presente, dentro un tempo nostro che era vero tanto quanto lo era l’opinione diffusa di te. A chi importa stabilire un criterio di maggiore o minore verità? A chi importa? Hai salutato te stesso Ragazzo  quando sei stato fatto prigioniero a Berlino. L’hai incontrato di nuovo con me, che ero mancina, riccia e pure femmina. Dal temperamento di particolare gestione, per un soldato. Sessant’anni dopo: a chi importa stabilire che questo sia più o meno vero rispetto a quello che hai vissuto nel mezzo? Nel frattempo?

A storm of swords [ROMA]

Madeleine

LM

Questo è utip tapn ricordo datato, all’imperfetto più che al passato remoto, sobbalzato in memoria senza preavviso. E’ un po’ come la madeleine di quel Signore francese, anche se l’organo di senso coinvolto è l’udito. Accade dopo aver visto ballare tip tap, qualche giorno fa. La connessione ha viaggiato alla velocità della luce, fino al protagonista, intercettato in un giorno di Aprile, a Roma.  In metropolitana, naturalmente, con  libro e maglietta verde scuro. Uno zaino (rosso) tenuto appeso sul ginocchio destro, amico di un destro polpaccio segretario di una gamba destra appoggiata sulla sinistra; Lettore, a tal proposito, lasciava riflettere tutte le donne presenti sulla diavoleria dei gancetti metallici reggi borsa. C’era un che di studentesco nella sua compostezza. Si notava anche perché sbarbato, data la poca frequenza sbarbesca in questi hard and hipster times. E gli occhiali, naturalmente, erano verdi: una composizione ingegneristica, da lasciare spontanea l’intuizione della facoltà universitaria.

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La mia vita disegnata male [ROMA]

Tandem

LM

GIPIDi fumetti si parla, stavolta. Media statura, sufficientemente grande da essere apparecchiato sulle ginocchia, orizzontale, senza dare fastidio. Sufficientemente tenuto distante da consentire l’approdo di almeno un paio di paia di occhiali. I primi sono fedelissimi alla linea; i secondi (colorati il giusto) sono quelli di Lettore, che mi siede accanto e  proprio non riesce a non guardare quelle immagini parlanti. O quelle parole disegnate. Non solo parole, dunque; a ben vedere si tratterebbe di una vita intera in cui ci immergiamo insieme, senza preavviso, almeno per un triplo giro di pagine. Quando mi accorgo di non essere sola sorrido, trovando necessaria la cortesia di scostare la mano sinistra dallo  spigolo  del libro, quello in alto alla medesima. Sorrido, per il suo giro di sciarpa fuori temperatura e troppo stretto; per le braccia distese lungo le gambe. Per la raffinatezza delle code dell’occhio. Superate le code, lo sguardo si centra…

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Festa mobile [NAPOLI-ROMA]

Napoli, the second once

LM

heminguaYLettrice intenta a leggere, mangiare, con le cuffiette bianche, guardare fuori (è difficile trattenersi, non c’è che dire). E’ arroccata sul finestrino, con un braccialetto bordeaux, tre anelli e un libro dalla copertina senza colori. Sembra felice, non sembra tranquilla. C’è un nemico eclatante: le briciole del panino. Lettrice proprio non sopporta tutto quel proliferare di microrganismi polverosi e colorati che si insinuano “maliziosi e disonesti” nelle pieghe della maglietta bianca. Lettrice è piuttosto buffa, ci prova e ci riprova a fare finta che non siano elementi di disturbo. Si guarda intorno, prova a improvvisare un po’ di indifferenza. Ma il pensiero torna fisso, pur girando le pagine, con un altro morso al panino, abbassando la musica, schiacciando il naso sul vetro alla sua sinistra. Lasciarsi osservare, senza saperlo, è sempre imperdibile; buffo, quando si è fortunati. La consequenzialità e l’impazienza dei gesti, netti, lascia spazio, a chi osserva, di…

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Un vulcano silenzioso, la vita [ROMA]

Acquerello folk

LM

EmilyC’è un ragazzo che sembra un ragazzo devoto, dall’abbigliamento che sa di pulito e un libro piccino in mano. La prima cosa che faccio, in questo Lunedì con il posto a sedere, è cercare se al collo compaia una strisciolina di stoffa bianca e devozione: non c’è. C’è un basco da signore anziano e quei nostalgici pantaloni vellutini. A costine; velluto e costine. Poi  la sacca, a righe grandi bianche e blu, di quelle sacche fatte…fatte così. Al mare forse? Se Lettore avesse un autore, questo sarebbe un acquerellista. E’ stato acquerellato con cura, tanto da far sembrare l’arancione  della metro A una scelta aggressiva. Di aggressività in aggressività, e soprattutto da Cipro a Pontelungo fanno il loro ingresso folkloristico le Signore della caponata. Precisamente tra il mio sedile e il palo al quale è appoggiato Lettore. E adesso come si fa? Dico, e adesso la magia di questo personaggio…

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Decameron [NAPOLI]

La prima volta a Napoli

LM

decameornLinea 1. Eh. C’è qualcosa che non mi torna, appena salita in metro; troppi sguardi orizzontali, quasi nessun capo chino. Poche fermate prima di Toledo finalmente l’attenzione si arena tutta su uno zaino che oscilla, tenuto a spalla per miracolo. Sotto lo zaino una giacca, che ha la meglio sulla folla, sulla temperatura e sul tentativo impertinente dello zaino di tirarla giù. Lo sguardo (il mio) trova riposo correndo fino a un braccio sinistro, e un titolo: Decameron. Risalendo su trovo gli occhi di Lettore. Anche lui tiene il suo (lo sguardo) orizzontale, si, ma è diretto nel vuoto. Guarda fisso di fronte, come si guarda fisso perché si è a servizio di pensieri stropicciati o alla ricerca di concentrazione. Non sembra distratto,  piuttosto un essere umano in pausa, pur se non è dato sapersi da cosa. Vivo, non vitreo.  Cerca di prendere qualcosa dalla tasca, al rallentatore. Potessi…

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