Cuore di

Cuore di soldato, fino alla fine. Si è spento a febbraio, due ore dopo avermi salutato in ospedale, ritornando cosciente per un attimo. Ha preso la mano (mia) e ha fatto una carezza (a tutti e due), con la mano mia sulla guancia (sua). Fino alla fine, con una sequenza di  gesti impressa negli occhi da un bel po’. Credo che l’origine di tutto il romanticismo nasca da li, da questo rapporto particolare. Dal suo cuore raffreddato, e imbarazzato. Me l’ha affidato da piccola, il suo cuore. Senza averlo previsto. Quando ho preso coscienza, poi, è diventato il mio vanto. In tutto e per tutto. Nonno, militare, schivo e arido, mai con noi. Nipoti, noi.

Gli ho scritto una lettera, un sacco di anni fa. Una di quelle molotov, belle pesanti. Non mi ha mai detto niente, di quella lettera; era troppo. Ma ha comprato un cellulare quando me ne sono andata la prima volta, e durante tutti gli anni di Padova mi chiamava.

M’ha visto piombare (a questo punto, si può piombare di nome e di fatto, quando si può voler bene a qualcuno) a casa sua un sacco di volte e con un sacco di capelli dritti, sciolti, legati. M’ha visto imprecare, si; gli toccavano lunghi e compressi monologhi, più o meno come il gabbiano bestemmiatore. Lui non sapeva cosa dire, il più delle volte. Finiva che mentre parlavo non mi guardava mai, però: abbassava il volume della televisione sempre, senza il bisogno di spegnerla. Si toglieva gli occhiali, li posizionava sopra le immancabili parole crociate, e mi offriva una sigaretta.

Da quella prospettiva fissa e familiare, che impedisce a ognuno di cambiare accidentalmente il posto nella disposizione del tavolo, da quella prospettiva  ti ho  visto invecchiare. Tamburellando, sempre, con le dita. Come chi non riesce a sostenere troppo silenzio, perché dentro c’è la voragine. E allora mi ricordo le dita, la tua  bocca mentre fischietti, le sopracciglia scurissime che vanno a ritmo pure loro. Da quella prospettiva ci ho visti crescere, se così si può dire. Oltretutto, negli anni, di fronte a me è cambiato l’ordine e l’assetto delle cose: tutta quella campagna antipatica e lontana rispetto a quando vivevamo vicini è diventata cemento. Abitazioni. Alla mia sinistra la cucina, il frigo. Fino alla fine, se mi serviva un bicchiere d’acqua, fino alla fine dovevi ricordarmi di non berla troppo fredda. E a questo ci pensavi tu, eri tu che lo facevi per me anche quando avrei dovuto farlo io. (Non si beve l’acqua troppo fredda come non si mangia il pane quando ci sono già le patate). Alla mia destra la tua tivvù. E il tavolino, famoso, sopra al quale c’era di tutto. Compresa la mini enciclopedia che t’ho regalato qualche anno fa. Quella piccolina, scritta con un micro carattere criminale. Era per le tue parole crociate e hai rispettato il patto, anche se ci è servita una lente d’ingrandimento per completare il regalo. Se scendo un po’ con lo sguardo trovo le tue matite appuntite, e la tua grafia. Spigolosa, fascista e sofisticatissima grafia. C’ho provato a tutti i costi a farla vivere anche in me, ci sono riuscita. Vivi qui da  me, anche nella grafia.

E allora io mi calmavo, e fumavamo. Non sapeva mai cosa dirmi, non capiva tutto quella confusione di parole e inquietamenti di posizione sulla sedia. Però: non c’è stata volta che non m’abbia salutato dal terrazzo, quando andavo via. Si accertava che fossimo tutti prudenti nell’incrocio pericoloso davanti casa sua. Quale approvazione mista a sorpresa vedermi guidare una macchina “da maschio”, eh. Di ritorno da una sua villeggiatura. C’era anche nonna.

Non ci siamo mai detti cose imperdibili, non mi ha mai dato consigli imperdibili. Però: lasciava che gli tagliassi la pizza, facendo finta che fosse normale, aggirando l’imbarazzo di non riuscirci più. Però: lasciava che gli toccassi la testa, che lo baciassi di continuo pur borbottando, pur dovendo borbottare per non commuoversi anche lui “e su che ho la barba, senti come picca”. Queste scene lasciavano increduli tutti gli altri, e io non l’ho capito subito. Ma si lasciava toccare solo da me, e così è stato fino alla fine. Non sapeva proprio come si facesse ad abbracciarsi, ma tanto ci pensavo io con tutta la fuoriloghezza e goffaggine insita nel pacchetto genetico. E andava sempre bene, sempre bene.  Andava sempre bene. Aveva il cuore da scalfire e un pacchetto di memorie spietate sul comodino. Sono memorie di quegli anni, quelli da cui la sua vita è cambiata. Leggerlo la prima volta, consegnato in mano come un tesoro, è stato fortissimo. C’ho trovato un ragazzo e delle parole che non pensavo avesse mai usato in vita sua; c’erano i suoi, di vent’anni,  e un sacco di vita quotidiana. Quegli appunti finivano con il rientro a casa, a piedi. ” 1945: finalmente può iniziare una nuova vita”. Tutto battuto a macchina, nel 1975. Lo sento ridere, ne sento il suono. Rideva per imbarazzo, e rideva di continuo.  “Scimmietta!”. Rideva. Sorrido per imbarazzo, e sorrido di continuo. Ridi qui da me, anche nella risata.

Non è che io abbia imparato a non giudicarti, nonostante le molteplici ragioni e possibilità che mi venivano offerte. Data la tua storia familiare e  le tue scelte poco condivise e le modalità più o meno brusche. Io, semplicemente, non ne ho avuto modo.  E non è forse magico, questo? Non ho avuto modo di imparare a giudicarti, perché ti vivevo. Nel tempo presente, dentro un tempo nostro che era vero tanto quanto lo era l’opinione diffusa di te. A chi importa stabilire un criterio di maggiore o minore verità? A chi importa? Hai salutato te stesso Ragazzo  quando sei stato fatto prigioniero a Berlino. L’hai incontrato di nuovo con me, che ero mancina, riccia e pure femmina. Dal temperamento di particolare gestione, per un soldato. Sessant’anni dopo: a chi importa stabilire che questo sia più o meno vero rispetto a quello che hai vissuto nel mezzo? Nel frattempo?

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