“Le Luci nelle Case degli Altri” (breve spaccato di un affaccio esterno, vicino sangiovanni, personaggi fondamentali)

Questo cortile, a Roma, è proprio il cortile delle Luci nelle Case degli Altri. Di Luci ci sono solo queste, non quelle della Centrale.

C’è chi piange, e chi litiga urlando.

C’è anche chi si vuole indubbiamente molto bene, di solito il sabato mattina. Precisi.

C’è chi fugge via durante la notte; se sei ancora sveglia non puoi non immaginare e fantasticare su quel ritmo di marcia, passi serrati e piccolissimi, si dovrebbe intendere questo con la parola ‘dissolvenza’.

C’è chi ascolta la mia stessa musica, al piano di sotto. Nei giorni pari tocca a me alzare un po’ il volume; nei dispari, invece, tocca al piano di sotto.

E sotto ancora di due piani Chi mi ha rubato un foulard bellissimo, caduto dalla finestra insieme a una cesta di mila altre cose. S’era fermato sulla serranda, lo vedevo dall’alto. Poi è sparito, e con lui il coraggio di suonare il campanello cercando di riprendermi a casa Lessie. No; Lessie se l’erano arraffato e si celavano pure, i mentecatti.

In ogni caso, durante le partite della Roma e della Lazio c’è sempre una trombetta di supporto a capire chi ha segnato, e poi ci sono diversi gradi di boato e disciplina, è come il terremoto.

C’è Lui che è  accovacciato sulla finestra del primo piano, di fianco al portone centrale. Fuma ricurvo su di sé, da maggio a settembre. Salutarsi a caso, si. Beh, ma è sempre stato il caso di salutarsi.

E poi c’è Lei, perché secondo me è una Lei, che si esercita al piano quasi tutti i giorni. Nei giorni d’estate, con la finestra aperta, quella musica si irradia al posto del sole che non vediamo mai, perché siamo in un cortile-rettangolo altissimo. C’è da capire se anni’60 o anni da ventennio. O un improbabile mistilingue dei due. Comunque alto.

Quando arriva quella musica allora si, ci si accende pure una sigaretta: “Casa?”

La Repubblica di Carta (breve spaccato di un affaccio interno, Principi fondamentali)

La Repubblica di carta la si compra pur nel 2.0 degli smartphone perché a casa così si usava. As usual.

Il tovagliolo va spiegato, sempre, ovvero: messo sulle ginocchia. E questo andava spiegato, pur letteralmente.

A casa il gatto sta fuori, così tanto da essere avvezzo alle ciambelle di mosto e ai biscotti all ’uovo. Mamy, ma fuori quanto, di grazia? Nel senso, deve rimanere fuori o ha perso il senno?

A casa l’affermazione attenzione a non smollicare non prende mai sonno, genera ancora mostri (e sonni tormentati).

Non si mangia mai in salotto, a casa temono le briciole molto più di uno sciame batteriologico.

Si mangiava formando un quadrato: di fronte a babbo, ma a chiasmo con sorella e profeticamente di fianco a mamma. Con la televisione accesa alle proprie spalle toccava sempre provare a non strozzarsi; mamma si strozzava con grande professionalità. Scampato il pericolo, la quintessenza della comicità. Ma poi, che vorrà dire quintessenza.

La lentezza è il garante costituzionale. Si tiene stretta perché a casa, appena si può, si sparecchia dalle quattro in poi; si è inceppato il dispositivo del ci siamo tolti il pensiero, almeno. Quell’ almeno scatena paure ataviche e buffissime, spiaccicate sul tacchetto sinistro di un Super Io che, proprio a voler esagerare, ha una faccia buffa e scoordinata. Quel deficit di almeno è il timbro della nostra Repubblica; mascotte di indisciplina, certo. Ma col sapore dolce di aver imparato a respirare a polmoni pieni, di apprezzare il tempo lento perché si, semplicemente.

A casa la rivoluzione copernicana è arrivata sdoganando il primo e la frutta ebbasta: la Vittoria di una donna (la madre) su una generazione di colletti inamidati sostenuti da primo-essecondo-e frutta-eccaffè. Tiè.

A casa le scarpe si lasciano ‘di sotto’ e le sigarette si fumano in cucina. Quelle di contrabbando, invece, sulla scala che arriva in terrazza, o in terrazza; l’ultima spiaggia è la taverna.

Perché a casa, almeno una volta l’anno, le violette ci sono, fanno colore. Quelle violette colorano 325 km di nostalgia.

Perché a casa, almeno una volta l’anno, si deve provare a morire di freddo. I termosifoni sono sempre troppo tiepidi e le contestazioni troppo puntuali. Voi siete cresciute così, ragazze mie, me pare che siete sopravvissute. Disse il saggio, e nessuno osò ribattere.

Attenzione, oggi la tigre è adombrata, disse il saggio. Quintessenza dell’affetto. “Casa”.

 

“…quell’ evidenza opaca che è una famiglia, il primo vero momento nella vita di un individuo per diventare un dissidente politico